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Il lunedì non devi farti perdonare la domenica

Immagine del redattore: Roberto Goffredo
Roberto Goffredo
5 ott
Tempo di lettura: 6 min

Sensi di colpa dopo aver mangiato, dieta e allenamento: come uscire dalla logica della compensazione

Roberto Goffredo | Biologo nutrizionista e personal trainer

«Ieri ho esagerato. Oggi salto il pranzo.» «Stasera solo insalata.» «Devo andare a correre per smaltire.»

Il lunedì può iniziare così: un pasto più abbondante del previsto diventa un errore da correggere, il movimento una penitenza e la bilancia un tribunale. Prima ancora di scegliere cosa mangiare, ci si sente già in debito.

Vale la pena fermarsi su questo passaggio. Prendersi cura della propria alimentazione richiede attenzione, ma trasformare il cibo in una questione di colpa non è un obiettivo nutrizionale. Un percorso ben costruito deve aiutare a gestire anche la convivialità, gli imprevisti e i pasti diversi dal solito.

Questo non significa sostenere che le quantità siano irrilevanti o che ogni comportamento alimentare sia equivalente. Significa affrontare le scelte con criteri comprensibili, senza usare la punizione come metodo educativo.

Il senso di colpa aiuta davvero a mangiare meglio?

Sentirsi in colpa può sembrare una prova di responsabilità: «Se mi dispiace, domani sarò più attento». Ma non possiamo dare per scontato che questo sentimento migliori il comportamento alimentare.

In uno studio pubblicato su Appetite, Kuijer e Boyce hanno esaminato l’associazione tra una torta al cioccolato e due significati: colpa oppure celebrazione. Chi la associava alla colpa non riferiva intenzioni più forti di mangiare in modo salutare; riportava invece una minore percezione di controllo sull’alimentazione e risultati meno favorevoli nel mantenimento del peso durante il periodo osservato. [1]

È uno studio osservazionale: non dimostra che il senso di colpa causi aumento di peso, né che eliminare la colpa faccia dimagrire. Mette però in discussione l’idea che colpevolizzarsi sia, di per sé, una strategia utile.

Nel colloquio nutrizionale preferisco quindi una domanda concreta: «Che cosa ha reso difficile gestire quel pasto?». La risposta offre molto più su cui lavorare di un generico «sono stato cattivo».

Organizzazione e rigidità non sono la stessa cosa

Pianificare i pasti, conoscere le porzioni e seguire indicazioni personalizzate può far parte di un percorso ragionato. Diverso è interpretare qualsiasi variazione come un fallimento totale.

La ricerca distingue da tempo tra controllo alimentare rigido e flessibile. Nel lavoro di Westenhoefer e colleghi, il controllo rigido risultava associato a maggiore disinibizione alimentare e a episodi di abbuffata più frequenti o intensi. Anche in questo caso, un’associazione non stabilisce da sola una causa. [2]

Un esempio rende la distinzione più chiara. «Ho mangiato qualcosa che non avevo previsto: posso proseguire con il pasto successivo» lascia spazio a una decisione. «Ormai ho rovinato tutto: continuo e lunedì ricomincio» trasforma una variazione in un giudizio sull’intera giornata.

La misurazione di questi aspetti resta complessa. Uno studio del 2025 ha sviluppato la scala FORCES proprio per distinguere meglio rigidità e flessibilità, considerando comportamenti, preoccupazioni ed emozioni. È uno studio di validazione condotto in campioni femminili, non una sperimentazione che dimostri la superiorità di una dieta “flessibile” per tutti. [3]

Sul piano educativo, l’obiettivo che propongo è avere una struttura utilizzabile anche quando la giornata cambia. La flessibilità deve tradursi in competenze, non restare uno slogan.

Attenzione all’errore opposto: non tutte le diete provocano perdita di controllo

Criticare la dieta punitiva non autorizza a dire che ogni restrizione calorica sia dannosa o che seguire un piano porti inevitabilmente a un disturbo alimentare.

Un trial randomizzato del programma CALERIE, condotto su adulti in sovrappeso, non ha rilevato un aumento dei sintomi di disturbo alimentare nei gruppi sottoposti a restrizione energetica nelle condizioni studiate. [4] Il risultato riguarda quel campione e quell’intervento: non garantisce sicurezza universale e non può essere trasferito automaticamente a persone con disturbi alimentari o vulnerabilità diverse.

Il punto è valutare indicazione, modalità, adeguatezza e risposta individuale. Una riduzione energetica concordata e monitorata ha un contesto diverso dalla decisione «oggi non merito di mangiare».

Esistono inoltre situazioni cliniche con priorità specifiche. Nel trattamento del disturbo da binge eating, le linee guida NICE includono la regolarità dei pasti e degli spuntini e raccomandano di evitare tentativi di dimagrimento tramite dieta durante il trattamento, perché possono favorire le abbuffate. [5] È una raccomandazione riferita a quel disturbo e al suo trattamento, non un divieto generale di dimagrire.

Il peso del lunedì non è una misura del grasso accumulato

Vedere la bilancia salire dopo un fine settimana diverso dal solito può alimentare l’urgenza di “rimediare”. Ma il peso corporeo comprende componenti diverse: acqua, grasso, proteine e riserve di carboidrati sotto forma di glicogeno. Una variazione del totale non identifica da sola quale componente sia cambiata. [6]

Il glicogeno è inoltre associato ad acqua: i cambiamenti delle sue riserve contribuiscono alle oscillazioni del peso. Per questo, dal confronto tra due pesate non è possibile ricavare direttamente quanto grasso sia stato guadagnato o perso. [6]

Anche il bilancio energetico conta, naturalmente. Semplicemente, una singola lettura non basta per descrivere l’esito di un percorso. La scelta pratica è concordare con il professionista come monitorare l’andamento e come interpretarlo, evitando di usare ogni oscillazione come motivo per riscrivere da soli dieta e allenamento.

Allenarsi per stare meglio o per pagare ciò che si è mangiato?

Una seduta impegnativa non è automaticamente problematica. Per comprendere il rapporto con il movimento bisogna considerare anche la motivazione, la libertà di modificare il programma e le conseguenze sulla vita quotidiana.

Nella proposta di definizione clinica di Dittmer e colleghi, l’esercizio compulsivo nei disturbi alimentari comprende un’attività vissuta come obbligatoria, governata da regole rigide e finalizzata a ridurre disagio o prevenire conseguenze temute. Conta anche il suo impatto: interferenza con la vita, difficoltà a interromperla, prosecuzione nonostante malattia o infortunio. Si tratta di un quadro di valutazione clinica, non di una diagnosi ricavabile da una frase. [7]

«Mi alleno perché mi piace e fa parte del mio programma» e «devo allenarmi per meritarmi la cena» esprimono quindi rapporti diversi con la stessa attività.

Come personal trainer, voglio che l’allenamento abbia obiettivi comprensibili e sia adattabile alle condizioni della persona. Il cibo non dovrebbe diventare il prezzo da pagare con una seduta aggiuntiva.

Che cosa fare, concretamente, dopo un pasto più abbondante

La proposta operativa è riprendere il percorso concordato, osservando quello che è accaduto senza improvvisare una punizione. Per chi è già in cura per un disturbo alimentare, restano prioritari il piano e le indicazioni dell’équipe.

1. Riparti dal pasto successivo. Se hai un piano personalizzato, torna a quello. Un pasto diverso dal previsto non richiede di inventare autonomamente una giornata di restrizione.

2. Mantieni l’allenamento nel suo contesto. Segui il programma e gli adattamenti necessari in base alle tue condizioni. Evita di aggiungere lavoro soltanto per “cancellare” il pasto precedente.

3. Descrivi la difficoltà in modo preciso. Sei arrivato a cena molto affamato? Le porzioni erano difficili da valutare? Hai proseguito a mangiare perché pensavi di aver ormai compromesso la giornata? Sono domande da esplorare, senza presumere che abbiano tutte la stessa risposta.

4. Prepara le occasioni che si ripetono. Un pranzo in famiglia ogni domenica è parte della tua vita. Chiedi indicazioni applicabili a quella situazione, così da non dover ricominciare ogni volta da zero.

5. Riferisci ciò che succede davvero. Nel colloquio nutrizionale non serve presentare una settimana impeccabile. Serve un resoconto sincero che permetta di rivedere ciò che non funziona.

Questi sono criteri educativi da personalizzare, non un protocollo universale né un trattamento dei disturbi alimentari.

Quando è utile chiedere un aiuto specifico

Un pensiero occasionale sul peso o un pasto abbondante non bastano a identificare un disturbo. Meritano però attenzione la perdita di controllo ricorrente, il forte disagio legato al cibo e comportamenti come vomito autoindotto, uso improprio di lassativi, digiuni o esercizio eccessivo per compensare. [8]

I disturbi alimentari possono interessare persone con pesi corporei differenti: apparire in forma o avere un peso nella norma non li esclude. La valutazione deve considerare il comportamento e la salute complessiva. [8]

Quando questi segnali si ripetono, è opportuno parlarne con un professionista sanitario e valutare un percorso competente, che può integrare assistenza medica, nutrizionale e psicologica. Non occorre aspettare che il problema sia visibile dall’esterno per chiedere aiuto. [8]

Un percorso che trovi posto nella vita

Nel mio lavoro, un risultato desiderabile è che la persona sappia affrontare una cena fuori senza arrivare alla visita successiva con la sensazione di dover confessare qualcosa.

Ci saranno scelte da migliorare, porzioni da rivedere e strategie da adattare. Possiamo farlo con serietà e precisione, mantenendo una distinzione essenziale: stiamo valutando comportamenti e risultati, non il valore della persona.

Il lunedì può essere un buon momento per organizzarsi, preparare i pasti e riprendere le proprie abitudini. Non deve diventare il giorno in cui farsi perdonare la domenica.

Bibliografia

1. Kuijer RG, Boyce JA. Chocolate cake. Guilt or celebration? Associations with healthy eating attitudes, perceived behavioural control, intentions and weight-loss. Appetite. 2014;74:48–54. DOI: 10.1016/j.appet.2013.11.013. https://doi.org/10.1016/j.appet.2013.11.013

2. Westenhoefer J, Stunkard AJ, Pudel V. Validation of the flexible and rigid control dimensions of dietary restraint. International Journal of Eating Disorders. 1999;26(1):53–64. PMID: 10349584. https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/10349584/

3. Nicholls K, Vartanian LR, Faasse K, Mills JS. Flexible or rigid control of eating scale: development and validation of the FORCES in women. International Journal of Behavioral Nutrition and Physical Activity. 2025;22:45. DOI: 10.1186/s12966-025-01746-3. https://doi.org/10.1186/s12966-025-01746-3

4. Williamson DA, Martin CK, Anton SD, et al. Is caloric restriction associated with development of eating-disorder symptoms? Results from the CALERIE trial. Health Psychology. 2008;27(1 Suppl):S32–S42. DOI: 10.1037/0278-6133.27.1.S32. https://doi.org/10.1037/0278-6133.27.1.S32

5. National Institute for Health and Care Excellence (NICE). Eating disorders: recognition and treatment. NICE guideline NG69. Sezione sul trattamento del binge eating, raccomandazione 1.4.7. https://www.nice.org.uk/guidance/ng69/chapter/recommendations

6. Chow CC, Hall KD. The dynamics of human body weight change. PLoS Computational Biology. 2008;4(3):e1000045. DOI: 10.1371/journal.pcbi.1000045. https://doi.org/10.1371/journal.pcbi.1000045

7. Dittmer N, Jacobi C, Voderholzer U. Compulsive exercise in eating disorders: proposal for a definition and a clinical assessment. Journal of Eating Disorders. 2018;6:42. DOI: 10.1186/s40337-018-0219-x. https://doi.org/10.1186/s40337-018-0219-x

8. National Institute of Mental Health (NIMH). Eating Disorders: What You Need to Know. https://www.nimh.nih.gov/health/publications/eating-disorders

Fonti consultate il 5 ottobre 2026.


 
 
 

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